Scritti

Ripensare il mestiere

autore: Lorenzo Faroldi

pubblicato su: Diari di Bordi

Vorrei partire da questa considerazione: in Italia il numero degli architetti pro capite è il più alto del mondo e gli incarichi affidati ad architetti tra i più bassi al mondo. Per un giovane lo sconforto iniziale nell’affrontare questo mestiere è quindi forte, date le premesse, ma allo stesso tempo è uno sprone alla assoluta necessità di un cambiamento per una professione che sempre di più necessita di competenze e operatività diverse da quelle classiche. Come si può pensare che migliaia di persone qualificate non possano lavorare perchè in pochi gestiscono le sorti della professione barricati in castelli di sabbia? Non si può. La professione sarà sempre più corale e sempre meno elitaria.

Ciò è auspicabile a maggior ragione in Italia dove la politica e l’architettura non sono stati in grado di ascoltare i cittadini in un’ottica di bene comune ma hanno spinto solo gli interessi di singole imprese o imprenditori creando quello che abbiamo sotto agli occhi: quartieri dormitorio, ripetizione, banalità, assenza di servizi.
Oggi un architetto deve  proporsi in prima linea nell’ascoltare i bisogni reali e tradurli in azioni non solo di progetto costruito “di mattoni” ma anche di dinamiche complesse che coinvolgano politica, società, cultura, economia. Deve essere sempre di più un esperto di processi complessi.
Nonostante sia fondamentale e assodato che le capacità tecniche specifiche siano importanti credo che si sia perso di vista il ben più importante insieme delle cose. Molto spesso oggi un giovane architetto non sperimenta, per necessità o per pigrizia, il vero significato del suo lavoro: cambiare in meglio la vita delle persone.
Invece io credo fermamente che questo debba essere il principio della nostra attività e da qui l’etica del lavoro: più trasparente, più aperto, più a misura d’uomo e d’ambiente.
Ovviamente ognuno ha una sua ricetta che però deve sempre tenere in considerazione che, in un mondo che cambia rapidamente come nei software informatici open source, deve essere aperta al costante apporto dall’esterno, alla collaborazione e alla condivisione.
Tenere nascosti i propri progetti sotto chiave non ha più senso. L’architetto deve ascoltare, dibattere e infine migliorare il luogo che ha trovato.
La rete, fisica e virtuale, è la chiave per attuare queste dinamiche e sempre di più si sta dimostrando come si migliori la qualità di un progetto più gli input esterni sono numerosi. L’architetto si occuperà poi di ricostruire questi dati e tradurli in concreto senza meccanica, ma con sentimento. Non può esserci architettura perfetta solo perchè sono perfetti i dati in entrata; solo attraverso l’intervento della ragione umana tutto assume senso. Oggi il progetto grazie alla sua possibile presenza virtuale, grazie alla forza dei rendering, può diventare parte della comunità ancor prima che venga costruito. Può farne parte ancora prima di esistere!
Penso che la tecnologia debba essere il mezzo per raggiungere lo scopo e deve quindi essere utilizzata in ogni aspetto del progetto, da quello tecnico a quello organizzativo, senza demonizzazioni retrograde e classiciste. Oggi è oggi.

In tutto questo vedo nei think tank uno strumento evoluto e allargato per raggiungere la meta: ricerca multidisciplinare, pensiero indipendente, fluidità nel metodo.
Se le persone venissero adeguatamente istruite e guidate scoprirebbero che l’architettura è tutto ciò che li circonda e sarebbe l’inizio di un rapporto di fiducia e stima per un mestiere che negli anni ha perso la sua vera funzione: migliorare l’ambiente che ci circonda.

 

Piccoli elementi di urbanità nel territorio: le potenzialità degli insediamenti isolati nel progetto di paesaggio

Small urban elements in the territory: the potencial of isolated settlements in the landscape project, Quaderni della Ri-vista, Ricerche per la progettazione del paesaggio, n.3, 2014.

autore: Alessia Lupi

Gli insediamenti isolati di cui è costellato il territorio italiano, come i centri urbani minori, i borghi storici e le corti rurali, sono piccoli elementi di urbanità strettamente legati al paesaggio che li circonda. Le potenzialità di questi luoghi, spesso indipendenti rispetto ai contesti urbani, riguardano la loro possibile messa in rete nel territorio e con il territorio a cui appartengono, valorizzandone il carattere storico ed identitario che svolgono all’interno del paesaggio.

Storici, geografi, naturalisti, oltre a poeti e scrittori, da sempre hanno identificato un dato caratteristico del nostro paese: la varietà del paesaggio. La diversità e la qualità del suo territorio lo rendono unico ed incredibilmente complesso, sia dal punto di vista della sua comprensione che della sua pianificazione. “Questo paesaggio costituito da microcosmi è stato accompagnato nella storia (…) da un’opera dell’uomo che ne ha esaltato la natura del dettaglio. Elementi puntuali, distintivi di un ‘identità locale fatta di culture tese alla differenziazione, caratterizzano i siti, con netta definizione dei caratteri” (Gabrielli, 1996). Proprio l’equilibrio tra la morfologia del territorio e le opere di antropizzazione ha prodotto un paesaggio di notevole valore; fino a quando l’opera dell’uomo è stata in grado di fornire valore aggiunto all’opera della natura, nella giusta dimensione (De Matteis, 1996). 

Oggi questo equilibrio è andato perso, vittima delle nuove urbanizzazioni all’interno del territorio rurale e di nuovi interventi infrastrutturali e produttiviche si sono sovrapposti al sistema esistente senza un dialogo col contesto stesso. Nonostante la progressiva occupazione dei terreni da parte dell’urbanizzato, molti di questi microcosmi conservano ancora ben riconoscibile la loro struttura originaria, e con essa l’immagine identitaria del territorio. Ne è un esempio l’ambito padano, caratterizzato dalla permanenza della centuriazione romana, che continua a sostenerne l’immagine e costituisce la ragione della localizzazione di granparte dei suoi centri. All’interno di esso si può rilevare la presenza di elementi urbani sparsi nel territorio rurale che ancora ne caratterizzano il paesaggio: è questo il caso di piccole località, borghi storici, cascine e corti rurali che ne costellano il territorio. Questi elementi di urbanità sono profondamente connessi con il paesaggio di cui fanno parte, in quanto si sono formati ed evoluti insieme ad esso. Per questo possono costituire il punto di partenza attraverso il quale recuperare il rapporto tra paesaggio ed azioni antropiche, attraverso il loro ripensamento all’interno del sistema, rivalutandone il ruolo e la composizione e, soprattutto, riconoscendoli nell’ambito di un progetto di rete nel territorio ed in sinergia con lo stesso.

La messa in rete di elementi e polarità può essere considerata una risposta progettuale valida all’interno di progetti di paesaggio a diverse scale; le interazioni e le interdipendenze che possono scaturire tra i vari elementi possono contribuire a valorizzarne le risorse naturali, storiche e culturali intrinseche, in un’ottica di relazione  tra il piccolo elemento e la complessità del sistema paesaggio; non considerando il territorio come immutabile, ma guidandone l’evoluzione mantenendo i rapporti più rilevanti col passato.

Riferimenti bibliografici:

Clementi, A. et al. (1996), Le forme del territorio italiano, Laterza, Bari.

De Matteis, G. & Lanza, C. (2011), Le città del mondo: una geografia urbana, De Agostini Scuola, Novara.

Indovina, F. (2009), Dalla città diffusa all’arcipelago metropolitano, Angeli, Milano.

Lanzani, A. (2003), I paesaggi italiani, Meltemi Editore, Roma.

Turri, E. (1998), Il paesaggio come teatro: dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio Editori, Venezia.

Turri, E. (1998), Molti e complessi i paesaggi della pianura lombarda, in Negri, G. et al (1998), Comprendere il paesaggio : studi sulla pianura lombarda, Electa, Milano.

Turri, E. (2000), La megalopoli padana, Marsilio Editori, Venezia.

Turri, E. (2001), Gli iconemi: storia  memoria del paesaggio, Electa, Milano.

 

Forma Urbis, forma Mentis

autore: Lorenzo Faroldi

All’origine della città furono le capanne, prima forma riconosciuta di architettura, ove l’uomo cominciò a vivere stabilmente coltivando la terra e allevando gli animali.
Fu qui che dopo secoli passati in nomadismo l’uomo divenne stanziale e si formarono i primi aggregati di costruzioni.
Di certo un primo elemento riconoscibile e tangibile di corrispondenza tra pensiero e forma si realizzò.
Alla necessità di stare vicini e aiutarsi nel combattere i nemici o nelle attività agricole corrispose l’aggregarsi graduale delle unità primitive.
La compattezza, la vicinanza, lo spazio comune e lo spazio privato furono le prime manifestazioni formali del sentire comune.
Max Weber nel suo classico testo “La città” illustra come il significato primario di città sia quello di centro abitato circoscritto.
A questo punto aggiungo che se oggi parliamo generalmente di città, intendendo come tale la massa delle costruzioni e degli abitanti del territorio indistintamente, in realtà esiste una distinzione fra città e i suoi edifici.
Si deve necessariamente fare riferimento ai termini civitas e urbs da cui derivano evidentemente i termini città e urbano.
Sono termini che indicano propriamente concetti riferiti alla città latina e quindi all’Italia ma utilizzati poi da tutto il mondo per indicare l’insediamento umano.
La parola urbs sembra derivi dal verbo urvare, che trae il suo significato nell’atto di tracciare un solco, quindi nella delimitazione di un nuovo insediamento.
Allo stesso tempo urvare si riconnetterebbe a urvus, che significa curvo e orbis che significa cerchio, indicando come la parte primigenia dell’insediamento si identifichi con la forma circolare o quadrata.
Quindi in generale urbs come complesso di edifici e mura; significato formale e tangibile.
La parola civitas ha invece la sua etimologia nella radice indoeuropea ki o ci che significa giacere, sedere.
Insediarsi, risiedere e quindi essere cittadini dotati di diritti e doveri, concetto un filo più astratto del semplice solcare la terra per delimitare gli edifici.
Questa premessa mi sembra la base per addentrarsi nella storia e arrivare alla nostra concezione di città, divenuta talvolta metropoli o megalopoli.
La tendenza all’espansione centrifuga è rilevabile nella storia delle città, che partite come piccoli nuclei hanno attraversato periodi di grande espansione verso l’esterno per poi però attraversare periodi di contrazione negativa, talvolta scomparendo e talvolta rinascendo dalle proprie rovine.
Oggi ci troviamo nella condizione di espansione centrifuga delle città, specialmente per i paesi in via di sviluppo, causa aumento della popolazione e graduale allontanamento dall’agricoltura e dalle attività tradizionali sempre più meccanizzate e sempre meno redditizie per i contadini.
Questo è il caso della Cina, emblema della superpotenza in espansione e in generale per i paesi Asiatici.
Invece per l’Occidente la situazione appare diversa e pare proprio che, nell’ottica di una ciclicità naturale degli eventi, il senso della crescita sia in senso inverso.
Vivendo in occidente e con una cultura occidentale e soprattutto italiana, ove per quasi 2000 anni ci si è considerati padroni del mondo, non occupandosi troppo delle questioni al di fuori dei nostri sicuri confini adesso ci stiamo rendendo conto che la situazione sta cambiando.
Siamo in uno stato di insicurezza, di vaghezza di valori, di simboli, di elementi riconoscibili, anche all’interno della stessa città.
Vediamo la nostra cultura disgregarsi in un processo più grande di noi semplici uomini.
In più oltre alla minaccia di una “fine” dell’Occidente ci si deve confrontare con una minaccia di fine globale a causa della scarsità delle risorse energetiche, della pressione demografica, del surriscaldamento terrestre, dell’inquinamento.
Tutto ciò ci obbliga a dover ripensare il nostro modo di vivere.
Sentiamo che la forma mentis è in cattiva salute, sentiamo che di conseguenza la forma urbis è in cattiva salute.
Sono concetti connessi. Se la forma urbis potrà cambiare verso il meglio sarà grazie ad una forma mentis che porterà a questo e viceversa.
La visione di un singolo urbanista illuminato non potrà essere risolutrice, anche se credo ancora nella forza delle idee, alla base di un movimento generale di rinnovamento.
Mai sottovalutare la forza della città come motore propulsivo al vivere meglio e più in armonia.
Friedrich Nietzsche si confronta con la città nel suo libro “Così parlò Zarathustra” già nel 1883 ove rileva come una morale e dei valori corrotti abbiano portato ad una città così scadente e banale.
Il protagonista, dopo un periodo di esilio dal mondo, ritorna alla grande città e vedendo una fila di case nuove si chiede <<che mai significano queste case? In realtà, non fu certo un’anima grande a erigerle a sua immagine e somiglianza!>> e rileva quindi la corrispondenza anima- corpo. E dice poi <<Voi state diventando sempre più piccoli, voi gente piccola!>> concludendo di come sia rimasto solo il denaro l’unico valore superstite.
Non certo parole nuove. Dove possiamo riconoscere i valori morali.
E’ sotto gli occhi di tutti l’appiattimento delle città, ora divenute interminabile distesa di edifici uguali e senza significati particolari se non quello economico.
Oggi le città sono associate all’idea di insicurezza, di pericolo e l’urbanizzazione è in aumento vertiginoso.
Ancora cambia il modo di definire l’agglomerato urbano e si parla di Metacittà, con più di 20000000 di abitanti, cifre mai raggiunte prima nella storia umana e per questo così spaventose.
Grandi masse di persone si muovono verso la città e all’opposto del concetto sedentarista, fonte di sicurezza, si passa al nomadismo e alla globalizzazione in un mix di tradizioni, lingue e religioni.
Ancora Nietzsche definisce questa l’ “età del confronto” e scrive <<quanto meno gli uomini sono legati alla tradizione, tanto maggiore aumenta l’intimo agitarsi dei motivi…l’irrequietudine esterna, il reciproco mescolarsi degli uomini, nella polifonia delle aspirazioni>>.
Poco di quello che si costruisce oggi nella città o metacittà è più legato al proprio luogo di provenienza.
E’ diventato uno spazio di confronto e di sradicamento delle tradizioni.
Tra questo caos certo l’economia e il denaro sono ancora “valori” ben riconosciuti e comuni. Non si può dar torto a Nietzsche.
Anche se bisogna rilevare come gli studi di Weber attribuiscano all’economia la causa fondante della città.
Fu grazie all’Oikos e al mercato che gli agglomerati di edifici assunsero uno status differente dalla campagna. La politica affiancata all’economia diede origine a luoghi tipicamente cittadini come la piazza d’armi per le adunate e la piazza di mercato per il mercato economico.
Questi sono luoghi, sono apprezzabili da chiunque e non solo per la loro forma ma per qualcosa di più, il loci. Un termine che associa alla forma architettonica reale un significato più mistico, di appartenenza, di intimo legame con quel determinato punto, ove una miriade di elementi si fondono dando vita a quella piazza, a quella cattedrale, a quell’obelisco.
In fatto di elementi simbolici nella città moderna si rileva come l’obelisco sia ora diventato un grattacielo, simbolo, come l’altro, di potere.
L’uomo trasforma la nuda terra e vi mette le proprie radici.
Oswald Spengler nell’anima della città scrive le bellissime parole <<In nessun’altra cosa il sentimento di connessione con la terra si è espresso in modo così vivo come nell’architettura di quelle antiche cittadine che erano poco più di un paio di strade intorno a un mercato o un castello o a un tempio. Se in qualche punto appare che ogni grande stile è esso stesso una pianta ciò accade proprio qui. La colonna dorica, la piramide egiziana la cattedrale gotica crescono, severe, fatali come entità senza un essere desto, dal suolo>>.
<<La città è spirito. La grande città è spirito libero, il libero pensiero>>
E quindi si oggi siamo al libero pensiero, ma quanto libero?
L’assunzione di significato di una parte di città quindi non è meccanico dal momento che ci si costruisce qualcosa.
Se da una parte i condizionamenti dati da ragioni puramente economiche costringono oggi alla realizzazione di città solo di nome e non di fatto, dall’altro quando ci si approccia al progetto urbano in modo disinteressato e talvolta utopistico ne consegue comunque una difficolta a capire i reali bisogni delle persone.
Vedi riviste di urbanistica d’avanguardia con progetti generati al computer, ove gli edifici si sviluppano come un complesso algoritmo matematico e l’uomo vive a testa in giù in una casa che assomiglia a un mostro dai mille tentacoli in uno spazio urbano talmente fitto di cartelloni pubblicitari e luci e immagini proiettate che la domanda sorge spontanea: diventeremo tutti pazzi? Ovvero l’uomo ha davvero necessità di questo? Sarà il nostro destino? Forse.
Nella logica del discorso sembrerebbe davvero che ad una graduale follia e paranoia collettiva corrisponda una graduale follia costruttiva.
Si potrebbe condensare il discorso basandosi su Marc Augè che nel testo “Nonluoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità” da una definizione della nostra
società che si trova nell’epoca della surmodernità, evoluzione del supermodernismo e del postmodernismo.
La surmodernità presenta fondamentalmente tre caratteristiche : sovrabbondanza di avvenimenti, il che implica una difficoltà di pensare il tempo, una sovrabbondanza spaziale, intesa come un progressivo restringimento del pianeta da un lato ma allo sviluppo dei mezzi di trasporto rapido dall’altro, e una individualizzazione dei riferimenti, inteso come eccesso di ego.
Tratta poi di luogo antropologico come identitario, relazionale, storico.
E prima di tutto geometrico. Lo si può stabilire a partire da tre forme spaziali semplici: la linea, l’ intersezione delle linee e il punto di intersezione.
In concreto: itinerari, assi o sentieri che conducono da un luogo all’ altro e tracciati dagli uomini;crocevia in cui gli uomini si incontrano; centri, più o meno monumentali, religiosi o politici, che definiscono a loro volta altri spazi e centri.
E per Augè la surmodernità è invece produttrice di nonluoghi antropologici, che a differenza dei luoghi, creatori di sociale organico, creano una contrattualità solitaria.
L’uomo contemporaneo solo e schiavo della tecnologia, costretto al social networking virtuale piuttosto che al social networking reale.
Oggi, la città nuova si costruisce al di fuori dalle “mura” storiche, nell’incessante ricerca di spazio vuoto da riempire…spesso con case anonime, pochi servizi e soprattutto pochi spazi pubblici destinati alla socialità.
Strade, recinzioni, case, recinzioni, strade…ecc. Una corrispondenza palese tra forma urbis e forma mentis.
Secondo Saskia Sassen le città si caratterizzano per funzioni di lavoro e di produzione che spesso finiscono per frammentare il tessuto urbano in quanto completamente disconnesse tra loro.
Esistono addirittura dei dispositivi di evitamento al fine di separare ancora di più le persone : ghetti, barriere architettoniche, rimozione di panchine per evitare la sosta indesiderata di persone sgradite ecc. Il tutto si svolge poi in un percorso prestabilito dove la libertà in realtà è limitata da qualcuno al di sopra di noi.
La paura degli altri e il progressivo benessere in generale, l’individualismo, ci hanno portato a segregarci in recinti, a muoverci in macchina a muoverci in spazi controllatissimi e pulitissimi. outlet, centro commerciale. Ne consegue un risultato in termini tipologico-architettonico di blocchi mono-bi familiari,a discapito per esempio di una tipologia molto più “sociale”: la corte.
Abbiamo preso molti caratteri negativi di un’urbanistica, quella statunitense, basata sul concetto di consumismo e egocentrismo. Volendo essere più precisi già molto prima dell’influenza dell’America le città Europee vennero gradualmente trasformate a partire dalla rivoluzione industriale che sostituì il culto di efficienza a quello di bellezza che, come sappiamo, raggiunse livelli straordinari nella città rinascimentale basata invece sul culto dell’uomo come essere perfetto, con l’umanesimo.
Un testo classico che parla di piazze, “L’arte di costruire la città” di Camillo Sitte (1900) rileva come la piazza tradizionale venga gradualmente scalzata dai lunghi viali, dagli slarghi con fontana centrale, cosa sconosciuta nell’antichità, a scala disumana.
Sitte descrive il vero significato di piazza come fondato sul vuoto fra gli edifici.
Sottolineo vuoto proprio perché col tempo si è voluto colmare il vuoto e riempirlo con monumenti e fontane, togliendo all’elemento umano il ruolo di protagonista.
Le strade trafficate intorno alla piazza hanno poi definitivamente precluso la stessa alla fruizione diretta; situazione evidente per esempio a Felino, in cui uno studio e un libro di Alessandro Bosi “Pensare Felino” riscontrano proprio come la piazza principale e centrale sia stata tagliata e occupata da strade e automobili rendendo impossibile per gli abitanti l’utilizzo come luogo di socialità.
Grazie a sondaggi e a forme di democrazia partecipata si cerca di capire come la gente vorrebbe guarire questa ferita nel tessuto urbano e quasi sempre, nonostante un generale disinteresse apatico, le persone partecipanti chiedono meno macchine, spazi dove sostare, verde pubblico, sicurezza.
Idee per il futuro
A fronte di tutti i processi fin qui esposti che ci danno un quadro vagamente drammatico della situazione in realtà c’è qualcosa di positivo.
Innanzitutto che la città e i problemi dei suoi abitanti siano argomento di così tante discussioni fa ben sperare per una reale volontà al cambiamento per tanto tempo atteso.
Si denota il fatto che le possibilità di nuove forme politiche si realizzino proprio al livello delle singole città piuttosto che a livello nazionale.
Le liste civiche, i movimenti nati sul web, i comitati sono forme di un rinnovato senso civico che ci può ricordare lontanamente l’affratellamento medievale, ove le persone per combattere qualcosa più grande di loro ad un certo punto si coalizzavano e diventavano autonomi e spesso vincevano le loro battaglie.
Le persone quindi cominciano ad avere voglia di curare la propria forma mentis e al contempo curare la forma urbis, in sinergia.
Credo che i processi migratori che spaventano vadano di fatto accettati come normale ciclo storico, senza però cedere alla tentazione di dimenticarsi delle proprie radici, ma tendendo all’integrazione tra esse e le culture immigranti.
In questo modo si potranno trarre anche elementi positivi dati proprio dall’apprezzamento della bellezza delle diversità, che col tempo genereranno altre diversità e nuovi modelli.